Calcio

Agli ordini del tenente Pozzo Al fronte come in campo

È finitaaa!!! Il grido rimbombò tra le montagne e nelle valli, dalle trincee sbucarono le teste di migliaia di soldati, impauriti e increduli. Dove prima regnava la paura, adesso scorreva una scintilla di allegria: fiaschi di vino e di grappa passavano di mano in mano in un gesto di solidarietà e di fratellanza. Era finita davvero. Alle 3 di pomeriggio di lunedì 4 novembre 1918, le operazioni di guerra si fermarono, tacquero i cannoni. Entrava in vigore l’armistizio di Villa Giusti, firmato la sera precedente a Padova. Il bollettino del generale Armando Diaz recitava: “La guerra contro l’Austria-Ungheria che l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta”. Esattamente un secolo fa, l’Italia conosceva la gloria, se di gloria si può parlare dopo tanto dolore.
Stile di vita e lezione di tattica — Tra quei soldati che uscivano felici dalle trincee, dopo essere rimasti lì per mesi e mesi, schiacciati come topi, c’era anche un trentaduenne tenente del 3° Reggimento Alpini. Il suo nome era Vittorio Pozzo, l’uomo che avrebbe guidato la Nazionale azzurra alle vittorie nei Mondiali del 1934 e del 1938, e delle Olimpiadi del 1936. Quei successi, spesso il dettaglio viene dimenticato, sono figli di ciò che il tenente visse nel periodo della Grande Guerra. Lassù sulle montagne, in mezzo al fuoco incrociato del nemico, con il timore di mettere fuori la testa perché sennò ci si beccava una pallottola, Pozzo imparò uno stile di vita che trasportò, pari pari, sui campi di calcio. La sconfitta di Caporetto, la ritirata, la difesa della linea del Piave e la fulminea controffensiva di Vittorio Veneto gli insegnarono come ci si doveva comportare: fu una lezione di tattica che sempre avrebbe ricordato. Scrisse sul suo taccuino a proposito del mestiere di allenatore: “Lavorare in modo chiaro, lineare, schietto, in tono e sostanza tale da dare al giocatore la sicurezza assoluta dell’onestà e della dirittura di condotta nei suoi riguardi. Dividere col giocatore lavoro, fatica e sacrificio. Comandare con l’esempio. Non abbandonarlo mai. Essere con lui cordiale e gioviale anche, pur mantenendo, in modo che esista senza che quasi la si senta, la distanza che sempre deve intercorrere tra superiore e inferiore». Comandare con l’esempio, onestà e dirittura di condotta: il tenente Pozzo, quei concetti, li aveva appresi in mezzo al dramma della guerra e li aveva fatti propri. E gli erano entrati talmente nella pelle che alla vigilia della finale della Coppa Internazionale, in programma a Budapest l’11 maggio 1930 contro l’Ungheria, l’allenatore-alpino portò i suoi giocatori a Redipuglia, in Friuli, a visitare l’immenso cimitero militare dove sono sepolti più di centomila soldati morti nella Prima Guerra Mondiale. A Meazza e ai suoi compagni disse: “Quello che hanno fatto i soldati che si trovano sepolti qui è ben altra cosa rispetto a quello che dovremo fare noi a Budapest. Ma il comune sentire dell’amore per l’Italia deve essere d’ispirazione per tutti noi”. Gli azzurri rifilano un secco 5-0 agli avversari, e Meazza incanta con una tripletta.
Giugno 1915, dal Toro alla trincea — Per la guerra Pozzo partì nei primi giorni di giugno del 1915. Era l’allenatore del Torino, ma la Patria chiamava e lui rispose. Infilò nello zaino un paio di libri sul football che gli avevano regalato tempo prima, salutò la famiglia e promise alla madre: “Ci rivedremo”. Una delle prime missioni da tenente, al comando di un battaglione di alpini, fu la conquista del Monte Nero, sulle Alpi Giulie. Pozzo guidò i suoi soldati con fermezza e con loro, durante la marcia, cantò: “Spunta l’alba del sedici giugno / comincia il fuoco d’artiglieria / il Terzo Alpini è sulla via / il Monte Nero a conquistar”. Nelle trincee il tenente conobbe la durezza della vita e lesse nei volti dei suoi uomini la disperazione, la voglia di mollare tutto perché non c’erano nemmeno le pallottole per caricare i fucili. Condivise ogni attimo con i soldati, dall’alba al tramonto, ne comprese lo scoramento, li aiutò a superare la depressione e, forse, era pure d’accordo con loro quando ascoltava le critiche su alcune scellerate tattiche di battaglia. Però lui era un ufficiale, e sapeva che tra superiore e inferiore ci doveva essere sempre una certa distanza: mai si lasciò andare a frasi contro i generali che mandavano allo sbaraglio interi reggimenti. Pozzo giocò il suo ruolo senza mai andare oltre, senza uscire dal campo che gli era stato assegnato. Si ritirò dopo Caporetto, difese il Piave, attese con pazienza il momento opportuno per l’attacco e infine si lanciò nell’ultimo assalto. Lì imparò a conoscere il carattere degli italiani e, una volta diventato allenatore della Nazionale, i suoi giocatori li guardò negli occhi esattamente come aveva guardato i suoi soldati, e da loro pretese sempre lo stesso spirito di sacrificio e la stessa dedizione.
Il triplice ritiro e l’ostracismo — Leggenda vuole che negli spogliatoi, prima delle partite, Pozzo facesse cantare ai suoi ragazzi le strofe degli alpini, ma lui smentì sempre, forse intuendo che se avesse alimentato questa diceria avrebbe contribuito a creare una macchietta di se stesso. Fatto sta che il suo modo di condurre il gruppo fu decisamente militaresco. Prima dei Mondiali del 1938 organizzò un triplice ritiro per la Nazionale: a Cuneo, a Stresa e a Roveta, nei pressi di Firenze. Allenamenti duri, nessuno svago, tanto che Piola, un giorno, se ne lamentò e Pozzo, alla fine, concesse un pomeriggio libero ai suoi ragazzi: “Ma questa sera tutti in caserma alle otto”. Disse proprio così: in caserma. Il calcio, per lui, non era altro che una guerra in tempo di pace. Dopo la Seconda Guerra Mondiale lo accusarono di tutto: gli diedero del fascista, lui che non aveva mai avuto la tessera, e gli imputarono di essersi schierato dalla parte della Repubblica di Salò, quando invece collaborò con i partigiani come risultò dagli archivi. Il tenente Pozzo replicò alle menzogne e si difese a petto in fuori proprio come aveva fatto sul Piave: non era un santo, ma nemmeno un diavolo. Era semplicemente un italiano, con tutti i pregi e i difetti che il ruolo comporta.
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