Calcio

Berna, gol all’idolo Sheva E ora trascina gli azzurri

Esce sotto la pioggia e porta con sé l’Italia. Senza l’ombrello di Federico Bernardeschi e del suo stato di grazia, la nazionale di Mancini si impantana e c’è poco da salvare nel secondo tempo azzurro. A parte Bernardeschi, la sua mobilità, il suo eclettismo. Dove lo mettono sta, e bene, e non è colpa sua se la serata per Genova finisce fra i fischi leggeri dei tifosi che lasciano Marassi un po’ delusi dopo tanta commozione. “Dispiace non vincere una partita così, ma abbiamo giocato a calcio e ci siamo divertiti, questa è la cosa più importante”.
IN PROGRESS — L’attacco di Mancini è in costruzione, Federico è un giocatore ormai sbocciato: il primo anno di studio alla Juve lo ha fatto maturare, la vicinanza con Cristiano Ronaldo e l’intesa tecnica che si è creata subito con il portoghese lo hanno raffinato. Bernardeschi corre, tira, inventa: cambia posizione con facilità, tanto che anche definirlo falso nove è riduttivo. Il secondo gol segnato con la maglia azzurra è una rasoiata andata a segno anche grazie alla gentile collaborazione del portiere ucraino Pyatov, che si è fatto scivolare il pallone dalle mani. Colpa dell’acqua scrosciante, ha fatto segno ai compagni. Colpa della bravura di Federico, che ci teneva tanto a segnare per dimostrare di potersi prendere sulle spalle questa nazionale giovane e ancora sperimentale. Nella giostra degli attaccanti è stato il più sicuro, il più attivo, il più deciso. Dev’essere la fame juventina che gli è entrata sotto pelle. “We just can’t get enough – Non siamo mai sazi”, aveva twittato dopo la vittoria con la Juve a Udine. Non si fermano i suoi compagni e non si ferma lui, che vuole accelerare e prendersi spazi che sembrano sempre più aperti nelle gerarchie azzurre. Da scalare in fretta, come ha saputo scalare quelle di Allegri. Con piena consapevolezza del propri mezzi.
TALENTO CONTEMPORANEOBernardeschi è un talento contemporaneo: ha il dono della duttilità in massimo grado, è un ibrido generoso di centrocampista attaccante, ha il senso del ritmo e della corsa. Il suo primo gol in azzurro porta con sé ricordi poco felici, perché è stato segnato nel giugno 2017 a Udine, quarto dei cinque gol rifilati al Liechtenstein nella corsa alla qualificazione mondiale, e lì per lì sembrava tutto bello, poi la disillusione ha segnato l’estate di tanti che come lui sognavano il primo Mondiale. Ma il tempo è dalla sua parte e Bernardeschi lo sa. Lo sapeva quando sceglieva la Juve, il che per un giocatore della Fiorentina è traumatico, ma non per uno con il suo carattere. Lo sapeva quando Allegri, parsimonioso con i nuovi arrivati, lo teneva in panchina. E intanto si compiva la metamorfosi. Ora Bernardeschi è pronto a un nuovo cammino nella Nazionale di Mancini. Tridente giovane, volante, smontabile e rimontabile: in questo scenario si trova benissimo. Ha cominciato a respirare l’aria della Nazionale con Prandelli, finora ha giocato 15 partite. Il secondo gol forse è un segno del destino, di fronte a Shevchenko, il suo idolo di bambino, mentre si scatena il diluvio. Bernardeschi c’è e funziona perché sa adattarsi agli altri. Chissà che prima o poi gli altri non debbano adattarsi a lui.
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