Basket

Club Italia, si può fare Palla a leghe, Fip e società

Dopo i primi interventi della scorsa settimana, abbiamo sentito altri sei uomini chiave del mondo del basket per capire se il progetto nato nel volley donne a fine Anni 90, su proposta di Julio Velasco, potrà mai vedere la luce. Nulla è semplice, ma dalle dichiarazioni degli interessati tutti si dicono favorevoli, fermo restando che occorrerà l’apertura di un tavolo tra Federazione, Lega di A, Lnp, club e Giba per realizzare qualcosa di concreto per i ragazzi che fanno fatica a trovare spazio. Tutti i migliori prospetti in un solo Club, allenato da un tecnico federale. La A-2 è il campionato naturale, spetta soprattutto alla Lnp trovare la soluzione giusta per provarci: ci contiamo.
tanjevic — Boscia Tanjevic è il direttore tecnico generale delle squadre nazionali giovanili. Fosse per lui tornerebbe all’antico format dei due stranieri e poi tutti italiani in A, ma sa bene che è una soluzione impraticabile per tanti motivi. «Siamo stati puniti dalla Legge Bosman – spiega –, io ne lascerei solo quattro e sarebbero pure tanti. Questo enorme numero di stranieri che abbiamo fanno solo abbassare gli investimenti per i giovani. La verità è che questi stranieri non hanno portato nulla di buono: vedo sempre più gare della Serie A con americani tristi, scarsi e nemmeno spettacolari. Noi abbiamo il problema della produzione di giocatori, ed è vero che qualcosa si deve fare. Sono molto preoccupato anche in prospettiva dell’Europeo 2021: sembra una data lontana, ma è domani. Dovremmo sapere già ora chi giocherà, quale nucleo dovrà esserci, invece molti di quelli che dovrebbero andarci sono drammaticamente seduti in panchina a vedere gli americani giocare. Per non dire di gente come Abass, uno che sarà il faro della Nazionale per i prossimi sei-sette anni, che ha di fatto perso gli ultimi due anni…».L’idea di un Club Italia lo stuzzica. «Sono anni che la Francia fa questo progetto, noi sicuramente dovremmo pensare a un intervento del genere, magari in A-2 che è un campionato forte e con soli due stranieri per squadra – prosegue Tanjevic –. Sono favorevole al 100%, di sicuro dobbiamo produrre più giocatori di vertice. E poi occorre un po’ di maggiore coraggio da parte dei nostri allenatori: un errore di un giovane viene visto come irreparabile, invece quello di uno straniero quasi non viene notato. Dovrebbero esserci più Sacchetti, che ha fatto diventare Ricci praticamente una prima punta. Ho allenato per 46 anni, so come funzionano certe cose, se non ci metti del tuo non si va mai avanti».
CASARIN — La Reyer Venezia è una delle (poche) società di A che sul settore giovanile lavora bene, sperando un giorno di poter trovare qualche giocatore di livello da poter inserire nel roster della prima squadra. «Fare attività giovanile è uno dei nostri punti fermi – dice il presidente dell’Umana Federico Casarin – e lo facciamo sia con la squadra maschile sia con quella femminile. Puntiamo molto sulla crescita totale dei ragazzi, a farli studiare. È vero che c’è sempre il problema di vederne pochi utilizzati, intanto quest’anno con la nuova formula del 6+6 si sono creati dei posti in più, e altri ci saranno il prossimo anno col campionato a 18 squadre. Il problema è sempre nella fascia dai 19 ai 22 anni: noi nel nostro piccolo controlliamo un buon numero di ragazzi che giocano in A-2, e anche in A c’è Bolpin, ora in prestito a Pistoia, nelle nostre giovanili fin dal minibasket. La A-2 è il campionato dove poter crescere, vorrei ricordare che anche Myers e Gallinari prima di diventare due grandissimi giocatori sono partiti da lì». Insomma, Venezia è molto più avanti rispetto ad altri club visto che ai tanti «Non entrato» in Serie A preferisce spedire i talenti in A-2 a conquistarsi spazio e credibilità. «Si dice che i nostri coach non hanno coraggio – prosegue Casarin –, ma non è proprio così. Quella del coraggio può essere anche un’arma pericolosa, perché magari rischi di bruciare un ragazzo per qualche partita sbagliata solo per la pressione di pubblico, media e quant’altro, quando magari bisognerebbe solo avere un po’ di pazienza in più. Non è facile, di sicuro noi siamo disponibili ad ascoltare ogni soluzione, come la creazione di un Club Italia, per far crescere meglio i giovani in funzione della Nazionale che è sempre il traino del movimento, così si è visto ancora una volta con le ragazze azzurre del volley».
CAPOBIANCO — Andrea Capobianco sa davvero tutto dei nostri giovani: studioso e appassionato della palla a spicchi da giovanissimo, è lui il vero «cervellone» del settore giovanile azzurro. Ed è lui che ha condotto gli azzurrini dell’Under 19 all’argento mondiale dello scorso anno. «Un Club Italia? Magari, sarei d’accordissimo per mille motivi, a cominciare dalla possibilità di offrire ai ragazzi uno spazio vero dai 19 ai 22 anni – risponde il coach –: il buco è lì, è in quella fascia d’età che si concentra il problema. È inutile girarci attorno, oggi a 18 anni non è pronto nessuno, a meno di non essere un fenomeno. Bisogna quindi dare una possibilità di un certo livello per facilitare l’inserimento e il processo di maturazione. Convengo anche io che l’A-2 possa essere il campionato giusto: avere un gruppo di 12-15 persone da valutare ogni giorno è fondamentale, anche per lavorare sul concetto di mentalità vincente, per provare a superarsi sempre. Magari anche liberamente: si fa un gran parlare di schemi, ma per me non sono altro che delle cornici al cui interno il giocatore deve esprimere il proprio talento. E bisogna alzare i contesti allenanti sempre però con progetti formativi univoci». Capobianco, che sarebbe il candidato naturale per allenare un Club Italia, non vede però tutto nero. «Ormai lo sport principale è diventato denigrare tutto – conclude –, ma è ingiusto dire che va tutto male o che non ci sono giocatori. Bisogna perfezionare alcuni aspetti, lavorare e confrontarsi con i club e capire che se un giocatore esplode a 25 anni non è un dramma, sono solo cambiati i tempi. Guardate anche quello che accade nel nuoto dove una volta a 24 anni ti ritiravi, oggi invece vinci le prime medaglie».
SACRIPANTI — È stato per un decennio il coach della Nazionale italiana Under 20: un’avventura, per Pino Sacripanti (attualmente tecnico della Virtus Bologna) piena di soddisfazioni visto che sotto la sua guida, nei rispettivi campionati europei di categoria, ha disputato ben 5 semifinali in otto anni salendo 3 volte sul podio: oro nel 2013, argento nel 2011, bronzo nel 2007. «C’è la necessità di lavorare intensamente con tutte le componenti del nostro basket, a partire dai club – osserva –: serve quindi organizzare un tavolo per discutere e confrontarsi. È vero che i problemi ci sono in quella fascia d’età che va dai 19 ai 22 anni, è lì che i nostri ragazzi faticano a trovare spazio. In Francia ci lavorano da anni, ma è un discorso ad ampio raggio, perché è facile dire che i talenti nascono solo in Serbia, in Slovenia e via dicendo. Bisognerebbe prendere in considerazione tutto, a partire dagli impianti che da noi non sono proprio il massimo e dai club che puntano a vincere invece di programmare. Si sente la necessità di tornare a investire nei settori giovanili». Sacripanti, che con i giovani ha sempre lavorato con grande entusiasmo, individua il punto dolente del movimento giovanile cestistico. «Più di ogni altra cosa paghiamo lo scarso numero di giocatori di buon livello: se noi ne abbiamo dieci, per dire, le altre nazioni ne hanno almeno il doppio – spiega Sacripanti –, è qui tutta la differenza e la paghiamo poi in termini di giocatori in A affidabili. Noi allenatori non siamo certo stupidi: se abbiamo ragazzi forti li spediamo in campo, senza guardare certo la carta d’identità. Ben venga, per quanto mi riguarda, un Club Italia che permetta a un blocco di ragazzi di farsi le ossa ed esperienza in A-2, ma direi che mi piace molto anche il progetto delle squadre satellite, sul tipo di Sassari che ha anche Cagliari in A-2.
basciano — Pietro Basciano, presidente della Lega Nazionale Pallacanestro, sposa la proposta Gazzetta di un Club Italia ma frena un po’: «Il progetto è valido e ci stiamo già lavorando – osserva –, ma bisogna che ci sia un’attenta valutazione su tempi, costi e validità del percorso tecnico. E i tempi immagino che non possano essere brevi». Beh, se tutte le varie componenti del nostro basket dovessero accordarsi, per l’inizio della prossima stagione non dovrebbero esserci problemi… «Difficile – prosegue Basciano – perché bisogna tutelare gli investimenti fatti in questi anni dai 96 club tra Serie A-2 e Serie B. E poi è ovvio che tutto dovrà essere alla fine validato dall’assemblea della Lnp. Vogliamo che tutto debba partire da basi solide, evitando che dopo qualche tempo si sia costretti a fare marcia indietro». Basciano insomma prospetta tempi lunghi: ma non si potrebbe aggiungere questo Club Italia in A-2? «No, aggiungere mai – risponde il numero 1 della Lnp –, abbiamo sempre detto che le squadre vanno ridotte e mai aumentate, anche soltanto una in più rappresenterebbe un problema a causa dei calendari piuttosto ingolfati. Ora ne sono 96, ribadisco, suddivise in 32 di A-2 e 54 di B, sicuramente troppe. Piuttosto, magari si potrebbe pensare di far prendere il posto di qualche squadra non è più intenzionata a disputare la A-2. Vediamo, l’idea è buona ma non è semplice portarla a termine. Ci proveremo sicuramente, fermo restando che va fatta un’attenta valutazione dei costi. Per una A-2 si arrivano in totale anche a spendere due milioni, pure in B si spendono belle cifre. Ci confronteremo con la Federazione e i club, essendo consapevoli che un ingresso di un Club Italia nella nostra struttura dei campionati è utile per aiutare la crescita dei giovani più importanti che non hanno tanti spazi per poter emergere».
marzoli — Da presidente della Giba, il sindacato dei giocatori di basket, Alessandro Marzoli non può che essere d’accordo sulla nascita di un Club Italia: «Siamo favorevoli, ma sia fatto tutto con criterio e non tanto per fare qualcosa – il suo pensiero –: su un punto siamo d’accordo, ossia che vada aumentato lo spazio per i nostri ragazzi. Manca una lega di sviluppo nella fascia dai 19 ai 22 anni, questo del Club Italia può essere uno strumento utile per migliorare la crescita e per far aumentare il numero dei giocatori disponibili nei vari campionati. Noi come Giba, inoltre, teniamo a sottolineare sempre l’importanza del continuare gli studi e non mollare nella speranza di guadagnare solo con la pallacanestro. I tempi sono cambiati, ci si deve adeguare». Leggendo le cifre di queste prime cinque giornate di campionato in A, la situazione è tragica. Giocano i soliti (pochi) noti, i nati dal 1998 si spartiscono davvero le briciole. Entrano solo con la squadra avanti di 30, altrimenti è tutta una sequenza interminabile di «n.e.». Continuando così, è dura sperare di formare giocatori che possano essere utili per la Nazionale. Marzoli sottolinea però un altro aspetto della questione. «La possibilità di un Club Italia non dovrà essere la conseguenza a una mancanza di coraggio da parte degli allenatori – conclude –, non bisogna avere il super talento per trovare spazio. Guardate l’esempio attuale di Giampaolo Ricci, non più giovanissimo: Sacchetti a Cremona ha avuto il coraggio di metterlo in campo dandogli fiducia, così come negli anni scorsi tanti altri ragazzi sono esplosi solo per l’intraprendenza di alcuni allenatori. Insomma un tentativo va sempre fatto, piuttosto che arrendersi. Ci vuole buon senso e la programmazione dei club è naturalmente fondamentale per sperare in un cambio di marcia».
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