Basket

Diener lancia Cremona “Io, l’ultimo dei Mohicani”

Dagli Stati Uniti giurano: a nove anni dalla sua ultima partita Nba ci sono giornalisti ancora alla ricerca di un’espressione efficace per descrivere al meglio la voglia di vincere di Travis Diener. Tim Keown, giornalista Espn, è quello che forse si è avvicinato di più: “Se chiudesse una partita con 9-10 da 3, per lui sarebbe un fallimento”. C’è però anche la testimonianza di Todd Townsend, il suo compagno di stanza ai tempi del college: “Un giorno vidi volare dalla finestra un joypad della Playstation. L’aveva lanciato Travis dopo aver perso una partita”. Erano altri tempi, Diener aveva 19 anni, età in cui fu scelto con il numero 39 da Orlando nel draft Nba. Oggi ne ha 37 ed è il leader della squadra più sorprendente del campionato, quella Vanoli Cremona terza in campionato che stasera cercherà di staccare un biglietto per le semifinali delle Final Eight contro Varese. Travis ha il passaporto italiano, sei anni fa ha sposato Maria Rosaria, siciliana (hanno tre figli) e ha anche vestito l’azzurro agli Europei del 2013. Ma il suo legame con gli Usa, in particolare con la città dov’è nato, Fond Du Lac, Wisconsin, che sta alla famiglia Diener come Chicago sta a Michael Jordan, è ancora molto forte. Preferisce parlare inglese, e per spiegare cosa significa giocare la Coppa Italia parte proprio dagli States: «In America si giocano 80 partite prima dei playoff. Qui invece già a novembre giochi gare decisive per qualificarti a una competizione dove tutto si decide in pochi giorni. E’ qualcosa di unico, eccitante per noi che la giochiamo e per i tifosi che la guardano».
Degli oltre ottanta giocatori che con ogni probabilità andranno a referto a Firenze, nessuno conosce la Coppa Italia meglio di lui. Perché non solo l’ha vinta nel 2014 con Sassari e il suo attuale coach, Meo Sacchetti. E’ anche l’unico ancora in attività ad aver vinto anche il premio di Mvp della finale. Alla fine di quella stagione decise di appendere le scarpe al chiodo, attirato da un posto nello staff tecnico della sua università, Marquette, a due passi da casa. Ma il richiamo del parquet per lui è stato come il canto delle sirene. Suo cugino Drake Diener e Sacchetti lo conoscono fin troppo bene. Ecco perché due estati fa lo hanno contattato, certi che avrebbe sposato il nuovo progetto Vanoli. Così è stato.
Travis, di quella Dinamo che vinse la Coppa Italia, nel 2014, a giocarvi la coppa oggi siete rimasti in tre. Jack Devecchi è ancora alla Dinamo. E poi c’è Caleb Green ad Avellino.
“Sarebbe bello ritrovare uno di loro due in finale. L’impresa è ardua ma come dice Meo: questa è una competizione in cui non è detto che a vincere sia la squadr più forte. Varese comunque è tosta. E poi in semifinale potremmo incrociare Milano».
Nel 2014 Sassari eliminò l’Olimpia proprio a casa sua, al Forum, e contro ogni pronostico.
“Ricordo una super prestazione di mio cugino Drake. In semifinale poi affrontammo Reggio, che era senza Cinciarini: giocai una gran partita. Classica serata in cui ti entra tutto. In finale, contro Siena, giocammo un primo tempo pazzesco, avanti di 20 punti all’intervallo. Nella ripresa subimmo la loro rimonta e l’ultimo quarto fu da cardiopalma. Ma fu proprio un mio canestro a decidere la sfida».
Un anno fa, con la Vanoli, avete sfiorato la finale, eliminati da Torino dopo un overtime.
«Bravi loro e sfortunati noi. Fisicamente non ero al top, riprendere dopo tre anni è stato complicato. Le gambe non rispondevano, la testa non ragionava. Meo non faceva che ripetere: take your time, relax. Ma io se gioco male mica ci riesco, a rilassarmi».
La Vanoli è terza. Una posizione in classifica “quasi perfetta”. Il segreto?
“A inizio anno avrei dovuto fare da collante tra nuovi americani e italiani, ma non ce n’è mai stato bisogno. Grande affiatamento sin dal primo allenamento. Poi c’è il piacere di stare assieme anche fuori dal campo. Infine Mango».
Mangok Mathiang?
«In 16 anni di carriera non ho mai avuto un compagno di squadra così solare e pieno di energia positiva come lui. Una carica contagiosa, più che mai».
Per un lungo come lui è importante giocare accanto a un bravo playmaker.
«Il basket sta cambiando. Si tira sempre più da 3, le difese si allargano, si va poco in post basso e c’è tantissimo pick and roll. Il play oggi ha un ruolo realizzativo. Lillard, Curry e Westbrook sono gli esempi per i più giovani».
I suoi quali erano?
«Preferisco parlare di due giocatori da cui ho imparato tanto: Andre Miller e Jamaal Tinsley. Non dei fuoriclasse, ma play molto fisici con l’obiettivo principale di trovare il compagno libero. Il piacere di passare il pallone si sta perdendo».
C’è qualcuno in Italia in cui si rivede?
«Il mio compagno Ruzzier è molto bravo. Ma registi puri non ne vedo. Sono l’ultimo dei Mohicani».
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