Volley

Velasco: "Gioco di squadra? Oggi è una vera necessità"

Sulla Gazzetta in edicola oggi Walter Veltroni intervista il mago del volley Julio Velasco. Il leggendario coach dell’Italvolley dei fenomeni, una Nazionale ricordata tra le più forti di sempre al mondo, è da poco tornato ad allenare in Serie A1, sedendosi per la terza volta su una panchina dove ha scritto importanti pagine di storia: quella di Modena, dove ha fatto ritorno in questa stagione dopo le precedenti esperienze negli anni Ottanta e nel biennio 2004-2006.
Julio Velasco, cos’ha l’Italia che ti attira?
“Sono felice di essere tornato al Modena Volley. Quando mi chiamarono la prima volta pensavo scherzassero. Io non mi sarei chiamato. Ero giovane e non formato. Ma qui mi trovo bene. Per questo sono tornato”.
Ti sembra che questo sia un tempo che ha perduto le speranze? Che coltivi solo passioni tristi? Rabbia, rancore?
“Anche adesso ci sono giovani che prendono, partono, vanno negli altri Paesi, lavorano, studiano, rischiano, sognano. Altri no, altri si accomodano nel consumismo più assoluto. Io credo che oggi ci sia anche molta energia, nella società”
Che cosa è il concetto di squadra in una società in cui l’io, rispetto al noi, è sovrastante?
“Quando mi chiedono del gioco di squadra dico: bisogna convincere gli egoisti a fare il gioco di squadra. Come? Dobbiamo dimostrargli che conviene. Sembra cinico, altrimenti non funziona. Non possiamo fare una squadra di bravi ragazzi. Noi cerchiamo i migliori giocatori e i migliori spesso sono egoisti, ma certo sono più individualisti, perché sanno di essere forti. Dobbiamo convincere loro. E come li convinciamo? Ci sono molti esempi nel calcio: tutti i grandi giocatori, da Maradona a Platini, hanno sempre avuto almeno un compagno di squadra che faceva quello che non facevano loro. E se lo tenevano stretto…”.
C’è un giorno della tua vita che non vorresti rivivere?
“Il periodo della giunta militare in Argentina. E quando è scomparso mio fratello. Quello è stato un giorno che sicuramente non avrei voluto vivere».
Ricordi quel momento?
“Era un periodo in cui ero andato via dalla mia città e campavo insegnando qualunque cosa. Stavo spiegando a una ragazza ortografia in casa sua. Suona il campanello, ed è un mio amico de La Plata, un professore di filosofia. Lo vedo lì e mi dice: “Hanno preso tuo fratello”. Io sono andato via da lì, siamo andati a prendere un caffè ed era surreale, perché sono quelle situazioni in cui ti senti sospeso in aria. Non potevamo fare niente. Mi piacerebbe essere scrittore per poter raccontare quel momento, perché è come se si perdesse contatto con la realtà. Non mi è successo di fronte alla morte, perché la morte era consumata. Quando è morta mia mamma ero a un corso in Sud Corea. Mi hanno svegliato alle tre del mattino in albergo. Era definitivo: “E’ morta tua mamma”. Non mi sentivo fuori dalla realtà. Quando sparì mio fratello fu una cosa tremenda. Il vuoto, l’attesa, la ricerca. Il rammarico è di non essere stato di più con mia mamma, in quei giorni”.
La differenza tra leader e capo?
“Il capo comanda. Il leader guida, indica la strada. Un grande leader indica la strada e fa crescere quelli che la devono percorrere perché poi la sappiano fare da soli. Poi c’è bisogno di capi. A livello militare per esempio, sono più capi che leader perché, questo me lo spiegava un professore alla scuola militare in Argentina, in guerra bisogna insegnare a non ragionare. Se ti dicono andiamo a prendere quella collina, non bisogna rispondere “no, non abbiamo la mitragliatrice”. Andiamo a prendere la collina, punto. Ti dicono di tagliare la gola a un uomo? Se ragioni non lo fai. Proprio per questo i militari non possono guidare un Paese, perché sono educati alla guerra, che ha le sue caratteristiche. Quando mi chiedono cosa caratterizza un leader io rispondo che prima di tutto deve sapere dove andare. Lo deve sapere. E saper spiegare”.
LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA DI WALTER VELTRONI SULLA GAZZETTA DELLO SPORT IN EDICOLA OGGI
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